Perché ho lasciato Stephen King

No, non sono Tabitha e, l’ultima volta che li ho sentiti, stavano felicemente insieme.

Perché ho lasciato il mondo italiano di Stephen King, è il tema. Solo apparentemente parrebbe rientrare nell’affollata categoria del “chi se ne frega”, ma in realtà può essere utile, per chi le vive dal di fuori, per capire le dinamiche che stanno dietro al mondo del cosiddetto fandom, che per quanto riguarda King è il caso più disperato che ci sia.

Come l’immagine suggerisce sono stato un pioniere sul web della divulgazione kinghiana. Per oltre una dozzina d’anni sono stato amministratore di StephenKing.it, il più grande, ma soprattutto il primo per distacco, portale italiano dedicato al Re. Il sito venne fondato da un amatore toscano nel 1996, nel 1999 ne divenni utente saltuario, nel 2001 utente iscritto al forum e infine nel 2003 amministratore, con lo pseudonimo credo, senza falsa modestia, tutt’oggi più famoso nel settore: Pennywise.

Non c’erano i social, i newsgroup cominciavano a tirare le cuoia e i forum erano all’apice del successo. Ricordo che la società che ospitava il server ci “invitò” ad andarcene in quanto il traffico generato impediva loro di lavorare. Per la prima volta ci frugammo le tasche e tirammo su qualche sponsor, affittammo un host ci trasferimmo. Nel frattempo il team di amministratori era salito a quattro, più almeno tre moderatori o moderatrici del forum.

Il forum era un delirio. Dalle tranquille e interessanti disquisizioni dei primi anni, cominciavano i primi litigi, i flame nel gergo, con qualunque pretesto: opinioni su un libro, su una copertina, una traduzione o semplicemente una faccina sbagliata nella risposta. Ad aggravare il tutto ci fu il fatto che le principali fomentatrici erano le moderatrici del forum, che cacciammo via e che si rifugiarono in una nota piattaforma allora nascente di libri (con un paio di “ii” finali), con la sua brava sezione kinghiana. Ci spalavano guano addosso quotidianamente, ma ignorarle fu l’arma migliore e alla fine mi risulta che ancora oggi stiano cuocendo nel loro brodo.

L’avvento dei social fu una svolta nel bene e nel male: lo fu in termini di visibilità, ma sancì anche la sostanziale morte del forum e la quasi inutilità di un sito web; la pagina Facebook e, in parte, il profilo Twitter erano tutto. Nacque una proficua collaborazione con la Casa Editrice (sul profili YouTube loro e di SK.it si trovano facilmente gli hangout video con il sottoscritto, la editor italiana di King, l’allora traduttore e altri). Il fatto rimarchevole è che non fummo noi a contattare loro, ma loro noi, tramite il responsabile del web marketing. Il portale raggiunge qui l’apice, con otto amministratori (ormai stabili da anni) e circa seimila utenti.

Ma ecco che ricominciano le follie. Flame sotto ogni notizia su facebook, flame sotto ogni post kinghiano su qualunque altro forum o pagina a tema. I traduttori che uno dopo l’altro hanno commesso lo stesso errore: gettarsi in pasto ai migliaia di “Annie Wilkes” sui social, facendosi inghiottire dalle polemiche e scendendo al livello del vulgo, quando avrebbero dovuto ergersi a semidei.

Tullio Dobner mollò in seguito a feroci litigate prima su un noto portale oggi scomparso, poi sulla nota piattaforma con sezione kinghiana di cui prima, con le nostre bellicose transfughe a rifilare coltellate.

Wu Ming 1 ricevette lo stesso trattamento e sbatté la porta anche lui.

Fino ad arrivare ai giorni nostri, con Giovanni Arduino che, anche lui fuggito sbattendo la porta dal solito posto, si è poi concesso sui social. Grande disponibilità, grande umiltà…troppa confidenza, a mio modestissimo e non richiesto parere. Il risultato comunque è stato lo stesso: bye bye e cuocete nel vostro brodo.

Ma torniamo al titolo: perché io ho mollato. Un paio di anni fa, quando ormai avevo lasciato alle nuove leve l’onere di battagliare con il popolo, da dietro le quinte mi limitavo al ruolo di Presidente Onorario mezzo rimbambito, ma soprattutto di interfaccia con la Casa Editrice. Questo mi permise di stringere veri e propri rapporti di amicizia, di conoscere personalmente tutti gli “attori” del lato italiano di Stephen King.

Tutto ciò fino a quando nuove leve, più motivate, più “sul pezzo” e (non me ne vogliano) evidentemente molto meno impegnate nella vita, hanno cominciato a fornire un servizio migliore.

Era un quindi soltanto un “servizio” quello che fornivamo? A titolo gratuito per di più?

Feci un passo indietro, pur rendendomi disponibile a fare da primus inter pares in caso fosse stato il caso di nuovo di metterci la faccia: sia per eventi dal vivo che su web.

Ma ormai le nuove leve portavano più visibilità e più soldi e il vecchio StephenKing.it veniva considerato marginalmente ancora per antica e flebile consuetudine. Dissi definitivamente “stop” quando alla grande festa kinghiana organizzata dalla Casa Editrice al Salone del Libro di Torino 2017 non fummo nemmeno invitati.

Io ero là e le meravigliose ragazze della Casa Editrice mi chiesero di partecipare.

<No, grazie.>

<E perché?!> con gli occhioni sgranati

<Perché non sono stato invitato e non mi sono mai imbucato a una festa in vita mia…>  risposi con un sorriso.

La prima reazione di un lettore che non mi conosce a quanto sopra sarà: “geloso!”, “invidioso!”, “permaloso!”. E io lascio che lo si pensi, perché in realtà l’unico “-oso” corretto è “orgoglioso”.

Di quello che ho fatto, di quello che abbiamo fatto, di essere stati i primi, in ordine di tempo e di bravura. Oggi qualcun altro è più presente? Io mi faccio da parte.

Mi viene in mente il celebre: “Nessuno può mettere Baby in un angolo” di Patrick Swayze in Dirty Dancing. Ora, io nei panni di Baby faccio un po’ ridere, ma è il concetto quello che conta. Se preferite lo posso spiegare con un altro antico adagio di epoca romanica: “meglio essere primi in Gallia, che secondi a Roma”.

Io sono un misogallo, ma è di nuovo il concetto a essere importante: se non posso essere il primo, sparisco.

Con due punti a chiosare.

Il primo è un sospetto: che qualcuno forse oggi, potendo tornare indietro, farebbe altre scelte.

Il secondo è una certezza: il tempo è sempre galantuomo.

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